Perché è proprio questo che l'Africa impone: cambiare prospettiva. Ed è con occhi bisognosi di tutto questo che siamo partite. E con occhi nuovi, arricchiti da un bagaglio di inestimabile valore, che siamo tornate.
Questo grazie a “Engera African PeopleCaring”, un’associazione onlus che abbiamo conosciuto lavorando a stretto contatto con i suoi soci fondatori, il dottor Francesco Silenzi e il dottor Giuseppe Indolfi dell’ospedale Meyer di Firenze.

Noi i medici specializzandi in pediatria, loro i pediatri “senior” nonché nostri tutor di questa esperienza. Siamo partite il 28 febbraio 2017, destinazione Etiopia, Zizencho, vastissima area rurale in cui sono concentrati nella regione del Guraghe, in vari piccoli agglomerati, circa 10.000 abitanti, a circa 250km da Addis Abeba. Le settimane prima della fatidica data sono state dense di pensieri, preoccupazioni, preparazioni, paura di non essere all’altezza, valige fatte e smontate, bagagli personali sempre più alleggeriti per lasciare spazio ai materiali medici e ai farmaci che abbiamo portato con noi: 3 bagagli a testa, quasi 60 kg a persona.

Siamo partiti in 22, medici, infermieri, ostetrici e volontari “laici”, con la nostra interminabile fila di carrelli stracolmi di valigie e con il caldo etiope che già ci avvolgeva all'aeroporto di Addis Abeba. Dall’Eparchia di Emdibir, tappa intermedia del nostro viaggio, ci siamo divisi nelle cinque diverse sedi di cui Engera si occupa: Dakuna, Burat, Shebraber, Galia e quella che sarebbe diventata la nostra casa per quindici giorni, Zizencho.

Zizencho è la grande strada terrosa che taglia in due il paesino, sfondo di questa nostra avventura. È il risveglio con l’odore di cherosene per scaldare l’acqua, i pasti insieme alle “Sisters” indiane che ci hanno accudito e insieme a cui abbiamo riso, scherzato e anche pianto.

È l’alzabandiera la mattina davanti alla scuola materna ed elementare, con i bimbi che cantano l’inno Etiope e le canzoni in inglese o italiano che gli sono state insegnate, vestiti con la divisa della scuola, tenuta come fosse oro (chi scalzo, chi con improbabili scarpe di plastica, rigorosamente lasciate sulla soglia della scuola).

È il rito del caffè, “Bunna”, che in Etiopia si assapora di pomeriggio mangiando pop-corn e semisalati saltati, tutti insieme. È l’andare a letto alle 21,00 la sera perché il generatore ad energia solare si è esaurito, stanchi efelici, “cullati” dai richiami delle Iene (“Aina”).

È la Luna “a testa all’ingiù”, i tramonti rosso fuoco, i Sicomori con i loro rami che sembrano sfidare le leggi di gravità. È vedere i bambini con le scarpe nuove in mano per paura di sporcarle, vederli in fila mano nella mano ad aspettare il proprio turno per fare il vaccino del morbillo, senza un fiato, senza una lacrima.
È l'opportunità per noi, giovani medici, di conoscere una realtà professionale ed umana così diversa dalla nostra, che all’inizio quasi ti sconvolge, soprattutto nella difficoltà di avere pochi se non nulli mezzi e tanto da fare…decidere cosa dare quanto dare e a chi, con poche medicine e praticamente nessun supporto strumentale. Una realtà che però ci ha permesso di crescere enormemente anche dal punto di vista “medico”.

È la "Zizencho Catholic Clinic", Health center in cui lavorano infermieri, ostetriche e "healthofficers" etiopi, che tanto ci hanno insegnato e a cui speriamo di aver lasciato qualcosa, oltre un pezzo del nostro cuore. Nel momento in cui ci siamo domandati quale fosse il modo migliore per renderci davvero utili, soprattutto una volta andati via, abbiamo deciso di puntare sul dipartimento materno-infantile di Zizencho, dove ogni anno vengono effettuati circa 400 parti. Qui le donne arrivano con le doglie,vengono assistite in un brevissimo travaglio e se ne vanno con il nuovo fagotto sulle spalle dopo un paio d’ore dal parto.

Per cui abbiamo deciso di dedicare una giornata per formare, grazie soprattutto alla nostra ostetrica,tutti gli health officers ed infermieri che lavorano nella clinica, in particolare sulle corrette modalità di assistenza al parto spontaneo (cercando di eliminare la pratica della manovra di Kristeller e ridurre al minimo le episiotomie), sulla prima visita del neonato e sull’utilizzo dell'incubatrice termica che giaceva coperta da strati di polvere. Per ogni nuovo nato, grazie al lavoro incredibile delle Sisters, siamo riusciti ad ottenere un periodo di osservazione in clinica di almeno 8 ore, al termine del quale abbiamo dimesso il bambino con le opportune profilassi e vitamine, oltre a un corredo personale di cappellino, body e tutina gentilmente donati dalla popolazione fiorentina.

Finita la formazione, non potevamo terminare la nostra permanenza se non con una sonora sconfitta nella partita di pallavolo Etiopia-Italia. Al rientro in Italia, con le valigie vuote e la mente piena, non abbiamo potuto fare altro se non dire“ameseghenallo” (grazie!).

Laura Capirchio e Alessia Nucci