Il viaggio doveva avere come finalità quella di visitare uno degli orfanotrofi di Addis Abeba per individuare i bambini affetti da Tubercolosi ed iniziare così un programma di terapia. In realtà nessuno di noi sapeva con esattezza cosa avrebbe trovato e quale sarebbe stato il suo compito…e così abbiamo raccolto, oltre al materiale per eseguire le mantoux, anche farmaci, siringhe, medicazioni, latti in polvere…oltre a tante caramelle!
Non sapevo assolutamente cosa mi avrebbe aspettato, ne avevo solo una vaga idea e ci sono stati dei momenti, pochi giorni prima di partire, in cui temevo di non essere all’altezza della situazione…

E così siamo partiti il 22 novembre del 2005 da Roma Fiumicino con il volo delle 00:30, compagnia Etiopian Air, in seconda classe, sistemati su sedili vicini e piuttosto stretti, io, Francesco, Teresa e Cinzia, con tanto materiale sanitario e tanta curiosità... l’inizio di un’avventura!!!

Arrivo all’aeroporto...

Siamo arrivati ad Addis Abeba il mattino dopo, un po’ storditi dal viaggio e dalle 2 ore di fuso orario, ma già con l’impressione che sarebbe stata davvero un’avventura unica… In aeroporto sono stata subito colpita dall’abbigliamento delle persone, dai colori, dagli odori forti, dal sapore del primo caffè, dalle banane, piccole e gialle, a grappoli, tutte cose che ci avrebbero accompagnato per l’intero periodo di permanenza. Peccato che qualcuno si era dimenticato di venirci a prendere all’aeroporto con un mezzo adeguato! Dopo circa un’ora di attesa è giunto Hindeya, uno dei due autisti dell’orfanotrofio, con una macchina scassata, che abbiamo scoperto poco dopo essere uguale a tutte le altre che circolavano per la città… dopo vani tentativi di riempirla con 5 persone e almeno 8 valigie, sotto lo sguardo incredulo dei presenti, abbiamo optato per una seconda auto, facendo felice uno dei tanti tassisti che aveva osservato con sguardo ironico la simpatica scenetta aspettando solo di godere dell’insuccesso…

Per le strade di Addis Abeba...

E una volta fuori dall’aeroporto, via per le strade di Addis Abeba! Abbiamo percorso grandi strade polverose gremite di automobili tutte uguali di colore blu, pulmini uso taxi dai quali le persone salgono e scendono continuamente, bambini che si rincorrono incuranti del pericolo, greggi di pecore, somarelli…e nonostante il modo caotico in cui tutto ti si presenta, ogni cosa ha una sua logica e torna rapidamente e incredibilmente al suo posto: i bambini schivano le auto all’ultimo momento e continuano le loro corse ed i loro giochi, gli animali si spostano velocemente ai bordi della strada per poi riaccomodarsi al centro dopo il passaggio delle auto, e le auto stesse, incuranti del codice della strada e con il clacson come unico mezzo di comunicazione e segnalazione, continuano le loro folli corse in un turbinio di polveri, colori, voci…

Addis Abeba Engera

Appena usciti dal centro le strade sono più strette, dissestate, polverose, e ai bordi di queste si trovano capanne in legno e lamiera, tutte vicine, uguali, anonime... In seguito ci è stato raccontato che in realtà il loro interno è talmente piccolo che servono solo per dormire, e famiglie di 5-6 persone abitano in pochi metri quadrati; è per questo che la gente vive in strada la maggior parte della giornata, gli adulti lavorano tutto il giorno ed i bambini, dopo essere stati a scuola, giocano fuori fino a sera…

Nel Villaggio…

Dopo una lunga e polverosa salita disseminata di buche siamo giunti davanti al cancello del piccolo Villaggio di Madonna della Vita, il centro nel quale avremmo trascorso la nostra settimana… Appena scesa dall’auto mi sono resa conto di essere finita in un villaggio che potrei definire in miniatura, sia per la sua conformazione, ma soprattutto per i suoi piccoli abitanti… Al centro si trova un grande giardino con i giochi, un girello, uno scivolo, due altalene, tutto circondato da una sorta di staccionata adibita a “stendipanni”; sono stata infatti subito attratta dai panni appesi tutt’intorno, decine di tutine, lenzuolini, vestitini di varia taglia e colore, un particolare davvero simpatico… Ai lati del campo ci sono i vari edifici, le camerate per dormire, le aule adibite alle lezioni, l’ufficio per le adozioni a distanza, la cucina, le stanze per gli ospiti, una piccola infermeria. Da un lato c’è una chiesina dove i bambini seguono le funzioni, cantano e pregano, guidati da Suor Sofia, la donna più anziana del villaggio, uno di quei personaggi che pare uscito da un libro di fiabe ma nello stesso tempo “indispensabile” per questa realtà. Più avanti si trova la nursery, la patria dei piccoli, il luogo dove ho trascorso la maggior parte del mio tempo… In fondo la più caratteristica delle costruzioni: il Tucul, un edificio a pianta circolare, in mattoncini e canne di bambù, con il tetto a cono e all’interno tavoli e sedie in bambù…il luogo dove abbiamo mangiato, discusso, talvolta anche studiato fino a tardi…

Tutto il villaggio è circondato da muri e filo spinato, chiuso da un grosso cancello, controllato giorno e notte da un vecchio guardiano, altro personaggio curioso e un po’ fiabesco, vestito in panni militari e armato di fucile da caccia…

I bambini…

I bimbi si fanno fotografare volentieri, anzi, fanno a gara per sorridere e stare davanti agli altri…e poi sono attratti dalle nuove macchine digitali che ti permettono di rivedere la tua immagine all’istante. Sembra una banalità ma effettivamente, per chi non è abituato a guardare neppure la televisione, può rappresentare quasi una sorta di magia…

Ethipia Children

I bimbi ti chiamano “mamma”, anzi “mama”, perché sperano sempre che tu sia uno di quelli che è venuto a prenderli… Mi raccontavano che le famiglie adottive trascorrono sempre qualche giorno con i bambini prima di portarli via e che quando un bambino abbandona il gruppo si crea un momento estremamente triste e commovente...lui parte, gli altri restano, soprattutto i più grandicelli, …ancora una volta, e non si sa per quanto ancora…
Ci sorridono, ci protendono le manine per avere le caramelle ed è incredibile la rapidità con la quale le fanno sparire e ne chiedono ancora…piccole ricchezze colorate e gustose, dolci e frizzanti...

Caramella Engera

Engera bambinaNon sembrano tristi anzi, si divertono da matti rincorrendosi, tirando calci ad un’unica palla sgonfia e deformata o, in alternativa, ai sassolini.

Vanno fieri dei loro abitini colorati ma indossati senza una logica…ricordo uno dei piccini con giacca a vento, pannolone e ciabattine, un’altra con scarpe di vernice e pantaloncini da mare! Per non parlare delle scarpe! Ciabatte, sandali, stivaletti da pioggia e scarpe da tennis, prive di proprietario e per questo indossate a caso con numeri e colori diversi. La sera tardi le puoi vedere allineate con ordine fuori dal dormitorio mentre al mattino ognuno sceglie quelle che preferisce e i risultati sono davvero buffi!

Le bambine mostrano orgogliose le loro capigliature, folte, nerissime…un giorno le vedi con una massa di capelli ricciuti e spettinati, il giorno dopo con pettinature estrose e fantasie di treccine.


I maschietti invece non rinunciano mai alla loro immagine di “piccoli uomini coraggiosi”, quelli che noi potremmo definire “bulletti”...col moccio al naso però!

Bambini Engera

E i loro occhi, grandi, profondi, intelligenti, talvolta accattivanti, quasi mai tristi…e questa è la cosa bella che li contraddistingue, sono occhi felici che sprizzano energia… Anche la piccola Kalekidan, mi pare si chiamasse così, che si trascinava faticosamente sul suo carrettino senza ruote dopo aver subito un lungo intervento chirurgico a causa di una patologia malformativa agli arti inferiori, anche lei, fiera di poter comunque far parte del gruppo, sorride, con due occhi grandi e dolci. Quei sorrisi non si dimenticano facilmente, forse perché da noi è sempre più difficile vederli, forse perché tutti siamo sempre troppo impegnati, pensierosi, preoccupati, ansiosi, “troppo tutto” per ricordarsi di sorridere…troppo poco attenti a quello che di bello ci circonda…peccato…

La nursery, i lattanti, la banda della nursery…

Durante la permanenza al villaggio posso dire che la nursery ha rappresentato un po’ la mia seconda casa. Infatti, mentre le altre due dottoresse, Teresa e Cinzia, si occupavano dei bambini più grandi, visitandoli ed eseguendo mantoux, medicazioni, piccoli interventi dermatologici e terapie contro parassiti vari, io e Francesco ci siamo occupati dei piccini…
neonato Engera
 Il giorno che ho fatto il mio primo ingresso nella nursery mi sono ritrovata in una grande stanza con al centro un tavolo ricoperto da un montagna di pannolini, ciucci e biberon, ed ai lati una serie di culle di legno, una vicina all’altra, protette da sbarre come tante piccole gabbiette... Le culle, singole e munite di targhetta col nome, erano in realtà occupate da 2-3 bambini, alcuni addormentati, anche uno sull’altro, talvolta con il biberon semipieno ancora in bocca, altri affacciati o con la testina tra le sbarre incuriositi da tutto ciò che li circonda. C’erano poi le culle dei piccini, dove i lattantini stavano stipati uno accanto all’altro, ognuno col proprio biberon… ce l’ hanno lì dal mattino, pieno di latte che ogni tanto viene riscaldato, e decidono loro quando attaccarsi e staccarsi, come fanno i cuccioli…troppo complicato per le poche balie star dietro ad allattare tutti e così si abituano ad alimentarsi da soli, sviluppando precocemente il forte senso della sopravvivenza…Trascorrono la maggior parte del tempo a dormire, poppando nel sonno, poi uno inizia a mugolare, svegliando il suo compagno di culla, e pian piano, nel silenzio, si solleva un coro di pianti, così le balie li cullano uno ad uno, con amore e pazienza, quei piccoli orfani abbandonati pochi giorni prima negli ospedali, per la strade, davanti all’orfanotrofio, senza un’età e spesso senza un nome... E così vengono chiamati Habtamub, Meskerem, Nigist, Masresha, Netsanet, Adane, Mahlet, Amanuel little…

Tutti i giorni, fin dal mattino, abbiamo lavorato nella nursery, visitando, pesando e misurando i bambini, cercando di attribuirgli un’età… Tra questi molti avevano la varicella, altri la febbre, tutti quanti il raffreddore e la tosse; ricordo Lidet B, una delle bambine più silenziose e tristi del gruppo, col moccio perennemente al naso, la febbre alta e una brutta faringite…non ha fiatato neppure dopo che le abbiamo fatto le iniezioni, continuando a riceverci nei giorni seguenti col solito malinconico sorriso… E poi c’era Julio, il bambino contagiato dal Mollusco, con la pelle disseminata di piccole lesioni biancastre che sono state “scucchiaiate”,  in più sedute, da Cinzia… Poi dicono che i bambini si ricordano e piangono alla sola vista del dottore…lui no, il piccolo Julio ha continuato ad accoglierci ridendo, protendendoci le manine, mostrandoci i numerosi cerotti che lo ricoprivano…

La nursery era sempre impregnata da un odore acre, un misto di latte, riso e noccioline americane…abbiamo poi scoperto che i bambini fin da piccoli vengono alimentati con un intruglio a base di crema di nocciole, pare che sia un alimento molto calorico e ricco e i bambini ne vanno matti…

I bambini più grandi si arrampicavano con agilità e scavalcavano le culle per fare visita ai compagni vicini, altri si avventuravano fuori dalle piccole abitazioni con il solo intento di combinare guai… Ricordo che una mattina il piccolo Gasha, uno dei monelli del gruppo, si divertiva a salire su qualunque sgabello, incurante del pericolo, e a trascinare le sedie come fossero carrettini; Fikradis invece, soprannominata da noi la piccola “direttrice” della nursery, per la sua capacità di impartire ordini e riscuotere l’approvazione degli altri, si divertiva nascondendo i nostri oggetti da lavoro, tirandoci per i pantaloni per attirare l’attenzione…mentre altri, forse Haiat, Atsede o Dawit Godanau, evasi dalle culle, facevano la guerra lanciandosi manciate di riso…un vero e proprio caos, una piccola commedia seguita dallo sguardo divertito degli altri, aggrappati alle culle come ad un teatrino…

E dopo essere stati tutto il giorno immersi in quel mondo in miniatura, storditi dal pianto, dai nomi difficili da pronunciare e talvolta molto simili tra loro, dall’indecifrabilità dei pochi dati scritti sulle cartelle, nonché dagli odori del latte, delle noccioline, del riso sparso sul pavimento, dei pannolini appena cambiati…dopo tutto questo, la sera dopo aver cenato avevamo sempre il desiderio di tornare a salutare i piccoli, anche solo per godere ancora dei loro sorrisi, del loro entusiasmo e della loro voglia di comunicare espressa dai soliti occhi grandi, scuri e vitali…

Le donne…

Le donne africane lavorano molto, non solo come madri e mogli e nelle occupazioni che generalmente competono al sesso femminile, ma anche e soprattutto come operai, muratori, facchini… le vedi in strada con carichi pesanti sulle spalle o con merce di ogni tipo accomodata in grosse ceste o in contenitori in metallo battuto che portano, con apparente facilità, in bilico sulla testa, quegli stessi contenitori appiattiti di forma rotondeggiante che gli uomini lavorano a suon di martellate e poi vendono nei mercati… A volte, quando scorgi in lontananza una figura che avanza lentamente con un carico di sacchi o fascine, non riesci subito a capire se si tratti di un somarello o di una persona...

Donna etiope Engera

All’interno dell’orfanotrofio le donne scaricano i blocchi di cemento dai camion formando delle lunghe catene per il trasporto del materiale che servirà a costruire l’edificio per accogliere i bambini e le madri affette da HIV.

Le donne più anziane sono addette alla tessitura e lavorano 10-12 ore al giorno al telaio, cucendo e ricamando tovaglie, centrini, asciugamani... una di loro mi ha detto che per una tovaglia corredata di tovaglioli occorrono quasi 40 giorni di lavoro intenso!

Donne anziane Engera

La mattina preparano il pane che in realtà è una sorta di grosso panettone, alto e soffice, cotto in un vecchio forno elettrico; credo che con quel pagnottone riescano a sfamare gran parte dell’orfanotrofio…all’ora della merenda infatti i bambini girellano per il cortile sbocconcellandone pezzi più o meno grandi, mostrandone altri nascosti nelle tasche.

Poi ci sono le donne della nursery le quali, alternandosi, trascorrono il loro tempo con i bambini più piccoli, cambiando pannolini, preparando biberon, coccolando i piccolissimi, imboccando i più grandicelli con un’unica ciotolina di pappa e tanti cucchiaini…mentre i bimbi giocano, si rincorrono, sporcano i pannolini appena cambiati, rovesciano le pappe sul pavimento appena pulito, scavalcano con agilità le culle di legno e tentano la fuga… e nonostante tutto, queste “balie” non perdono mai il sorriso e sono armate di un’infinita pazienza che al giorno d’oggi, ormai, è diventata una vera rarità…

La sera, tutte le ragazze del villaggio e le infermiere, si riuniscono nella cucina, davanti ad una tisana con i biscotti, e chiacchierano, ridono, si scambiano sguardi ammiccanti, si pettinano a vicenda costruendosi, in tempi record, pettinature estrose e fantasie di treccine…
Nella stanza c’è una televisione accesa sempre sullo stesso canale musicale…serve solo come compagnia e nessuna di loro si distrae a guardarla… Quando mi univo alla loro compagnia mi veniva spesso in mente la triste immagine di una famiglia delle “nostre” che, riunita dopo una giornata di separazione intorno alla tavola della cena, è completamente rimbambita dal rumore di una televisione fredda e gracidante che annulla la comunicazione…e così ti rendi conto di quanto alcune persone oggi non siano più in grado di scambiarsi pensieri, parole e opinioni o anche di godere della pace e del silenzio…

Un'altra cosa che mi ha colpito molto è il “rito del caffè”, una sorta di cerimonia che accompagna alcuni momenti più “importanti” del villaggio, in particolare la visita dei genitori adottivi, di volontari, medici, membri dell’ambasciata oppure come segno di saluto prima di una partenza. Tale rito si svolge nel Tucul dove, dopo la cena, le ragazze del villaggio agghindate per l’occasione con i loro abiti delicati e adornati con fantasie di veli, addobbano il pavimento con fiori e piante, preparano un’enorme contenitore di pop corn ed accendono un braciere; in un pentolino iniziano a tostare i chicchi di caffè e tutto questo dura quasi un’ora mentre nell’aria si spande l’odore forte del caffè etiope…il pentolino deve essere continuamente agitato per evitare che i chicchi si brucino e quando questi hanno finalmente raggiunto una colorazione dorata vengono bolliti insieme all’acqua. Ne risulta una bevanda scura e profumata dall’odore forte ma allo stesso tempo dal gusto delicato…ricordo che ero un po’ titubante a berlo per paura di non riuscire a dormire visto che per me un caffè dopo le cinque del pomeriggio mi garantisce una notte insonne, e invece, nonostante la tazza colma sorseggiata dopo le undici di sera, il mio sonno non ne ha risentito…

I sostegni a distanza…

All’interno del villaggio vengono gestiti anche i sostegni a distanza; si tratta di bambini che hanno i genitori ma che vengono “adottati” da altre famiglie, le quali versano mensilmente una quota per il loro mantenimento. In alcuni giorni della settimana i genitori presentano uno dei loro figli alla segreteria del villaggio; i bambini, vestiti con i loro abiti migliori, si mettono in posa tenendo in mano un cartoncino con un numero che servirà ad identificarli nel futuro, vengono fotografati e schedati per mostrarli, in una sorta di catalogo, alle famiglie adottive. Le quote versate mensilmente si aggirano attorno ai 12-13 euro (uno stipendio medio in Etiopia è circa 30 euro!) e tutte le mattine, già molto presto, all’ingresso del villaggio, puoi trovare la fila delle persone che vanno a riscuotere i soldi…quei soldi che poi serviranno a mantenere intere famiglie…

Avventura alla ricerca della piccola Fatia…

Al villaggio abbiamo conosciuto Sergio e Carola, una coppia di simpatici signori partiti da Roma con valigie cariche di farmaci, indumenti per bambini, caramelle, giunti in visita ad Addis Abeba con l’intenzione di trovare e conoscere due bambini da loro “adottati” tramite i sostegni a distanza. Infatti Carola, con pazienza e caparbietà, fin dal primo giorno ha iniziato le ricerche, telefonando, inviando fax, spargendo la voce tra la gente del posto, organizzando brevi spedizioni tra le capanne… E’ stato così che un pomeriggio mi sono ritrovata per caso sul pulmino guidato da Hindeya, con Sergio e Carola, alla ricerca della piccola Fatia, una dei due bambini adottati, perché era giunta voce che si trovasse in una delle capanne vicino al villaggio. Siamo partiti con qualche foto della piccola che Hindeya mostrava a tutti quelli che trovavamo lungo la strada; la gente seguiva il pulmino con curiosità, quasi rappresentassimo una sorta di spedizione venuta dallo spazio! Alcuni ci fornivano indicazioni su quella strada o quell’altra abitazione, soddisfatti e orgogliosi di poter essere d’aiuto…”abita laggiù, in una di quelle capanne”…”si, è la più piccola dei figli di...”…”forse è ancora a scuola, ma solitamente gioca da queste parti…” e così si accendevano i sorrisi e le speranze di Carola… E quando sembrava fossimo vicini al traguardo qualche altra voce diceva ”state sbagliando, non è qua”…”non la conosciamo, non l’abbiamo mai vista..” Poi finalmente, quasi per caso, Sergio ha riconosciuto un uomo tra la folla, il viso del padre della piccola Fatia, immortalato in una delle foto che avevano portato con sé. Era davvero lui, quasi un miracolo in mezzo a tutta quella gente, a tutti quegli occhi scuri che ci fissavano con stupore e curiosità, una figura esile e timida, ignara dell’importanza che rivestiva in quel momento e della profonda emozione che avrebbe provocato in tutti noi.

Il successivo incontro con la piccola è stato molto commovente: da una parte le lacrime di Carola e l’emozione di Sergio, entrambi felici di aver conosciuto finalmente la destinataria di tanti regali, dall’altra lo stupore e l’imbarazzo di una bambina che, inaspettatamente, aveva dato un volto ai suoi benefattori a distanza… Un altro mondo, un’altra realtà, dipinta nella profondità di quegli occhi accesi e timidi, stupiti e allo stesso tempo consapevoli dell’abisso che ci separa…

Il grande mercato…

Mi avevano detto che ad Addis Abeba facevano uno dei mercati più belli dell’Africa e non vedevo l’ora di assaporarne l’atmosfera… Così un pomeriggio, dopo aver cercato faticosamente di portarci avanti con il lavoro nella nursery, ci siamo concessi una visita in uno degli ambienti più folkloristici che avessi mai visto… In realtà quando cammini per la strada ti sembra già un mercato, ci sono banchi ovunque, la gente vende qualunque cosa e allestisce piccole esposizioni di merce varia, dagli indumenti, agli articoli per la casa, ai giocattoli, al cibo…
mercato Engera etiopia
C’è anche il sarto che ricuce gli stracci, e il ciabattino che raccomoda le calzature per renderle utilizzabili per l’ennesima volta , e le donne che friggono patatine vendendole in cartocci, e i bambini che infilano perline per creare collanine, bracciali e ogni sorta di vezzo… Ognuno è impegnato in qualche cosa e le persone sembrano un esercito di formiche al lavoro!

Una volta entrato nel cuore del grande mercato hai l’impressione di essere finito in un labirinto, ti sembra tutto uguale, ovunque scorgi occhi che ti scrutano incuriositi e la sensazione è quella di essere travolti in un vortice di colori, voci, odori forti…

Ci sono tantissimi banchi di abbigliamento, alcuni che espongono gli abiti tipici che indossano le donne del posto, altri con merce europea e le solite cineserie; mercato Engera etiopiapoi ci sono le donne ed i bambini che intrecciano qualcosa simile al giunco per creare ceste di varie misure, contenitori dalle forme più strane, tutti colorati e decorati con logica e perfezione.

Le donne più anziane, accoccolate ai bordi delle strade, preparano sacchettini riempiendoli con erbe di ogni tipo, spezie, semi… La maggior parte degli uomini invece trascorre la giornata creando, a suon di martellate, enormi piatti in ferro battuto che serviranno come contenitori per la merce. Poi ci sono i banchi che vendono i tamburi, lo strumento tipico dei paesi africani, ed anche tutta una serie di strani strumenti musicali, alcuni mai visti, maracas, pifferi, campanelli, percussioni di ogni tipo…

La cosa più caratteristica, secondo me, è l’esposizione del cibo: ci sono cassette strapiene di uova, accatastate in pile, ed immancabilmente ti viene da chiederti quand’è che saranno consumate quelle contenute nella cassa più bassa…poi ci sono i banchi con montagne di una sorta di formaggio, giallo e lucente, della consistenza del burro, che la gente assaggia grattandolo con le dita, probabilmente viene utilizzato per cucinare o insaporire le loro pietanze…

Quelli che se lo possono permettere allestiscono dei veri e propri negozietti con frutta e verdura, ed è incredibile il modo con cui riescono a sistemare le banane, in grappoli che scendono appesi ad impalcature in legno, ad esporre la frutta, disposta per tipo, dimensione e colore, a formare splendide decorazioni tanto che da lontano ti sembra un’esposizione di stoffe o tappeti…E invece si tratta di arance, manghi, ananas, avocado, papaya… Ci sono poi dei piccoli bazar dove la merce è accuratamente sistemata sugli scaffali; anche qui sembra che chi ci ha pensato l’abbia fatto con l’intenzione di creare delle decorazioni ben precise: barattoli tutti uguali con l’etichetta rigorosamente rivolta all’esterno, pacchi di pasta sistemati in pile perfette, biscotti, miele, marmellate, e poi accanto detersivi, saponi disposti a piramide, creme di ogni tipo, pacchetti di fiammiferi, mollette per panni… Questi negozi sono sempre pieni di gente, e la cosa incredibile è che non c’è mai un buco libero tra la merce, quasi che una mano invisibile riempisse all’istante gli spazi vuoti dopo gli acquisti! Davanti al bancone si trovano enormi sacchi traboccanti di riso, mais, chicchi di caffè, pepe di tutti i colori, peperoncini e spezie di ogni tipo, origano, semi di finocchio, cumino, chiodi di garofano e berberè, una polvere di colore rosso mattone, leggermente piccante, utilizzata per aromatizzare primi e carni.

Mercato spezie Engera

 Il padrone va fiero dell’estrosa esposizione della sua merce e in fondo, quando tutti i negozi vendono ogni sorta di cose, diventa indispensabile cercare di attirare l’attenzione e stimolare la curiosità dei passanti…

E’ bello perché sembra quasi che il mercato sia la vera casa di quella gente, un luogo dove probabilmente ognuno, impegnato in qualche cosa, padrone dei suoi piccoli tesori, riesce a sentirsi completamente libero da tutto…

L’Engera, il cibo dei poveri…

Quella mattina al villaggio le donne si sono svegliate molto presto per iniziare a cucinare. Sarebbe stata una giornata molto impegnativa per tutti: la giornata dedicata ai poveri…

In cucina le ragazze hanno iniziato preparando l’engera, una sorta di pane morbido aromatizzato con una sostanza simile all’aceto, molto utilizzato per accompagnare carni e verdure. Altre hanno cotto verdure e grosse quantità di riso rimestando per ore in enormi pentoloni. Gli uomini invece hanno tagliato e cucinato in grossi bracieri diversi tipi di carni e tutti questi odori si sono rapidamente mescolati all’aria, impregnandola, e ci hanno accompagnato per tutta la giornata…

Sul tardo pomeriggio tutte le donne del villaggio, aiutate dalle bambine più grandi, hanno preparato delle piccole pietanze adagiando su strisce d’engera la carne mescolata al riso ed alle verdure, chiudendo il tutto in sacchettini colorati. E così circa 300 piccoli pasti completi sono stati raccolti e sistemati nel bagagliaio del pulmino di Hindeya, destinati a sfamare i poveri del mondo della notte… Dopo cena infatti abbiamo partecipato alla spedizione notturna guidata da Hindeya, accompagnati da alcune ragazze della cucina e da alcuni bimbi più grandi nascosti nel bagagliaio insieme all’engera. Abbiamo ripercorso le strade dissestate e polverose, le stesse che di giorno pullulano di persone e animali, animate dal chiasso delle voci e dai rumori delle auto…

Engera strade polverose

adesso queste strade apparivano deserte e silenziose, gli unici rumori erano quelli del pulmino e il tenue bisbiglio dei bambini nascosti. Quando Hindeya si è fermato pensavo avesse sbagliato strada, invece ci ha invitato a scendere dall’auto e mentre i bambini ci passavano dai finestrini i sacchettini di cibo, le ragazze ci guidavano ai bordi della strada dove erano accumulati stracci ed enormi sacchi in plastica… “Engera...bla...engera” dicevano, bussando delicatamente sui sacchi… “engera bla…(cibo buono)” ripetevano, e così, nel silenzio e nell’immobilità di quella notte, iniziava a muoversi qualcosa… e una mano spuntava da sotto quegli stracci, poi un viso, poi un altro, individuabili solo grazie alla luminosità dei loro grandi occhi… Ognuno prendeva il sacchettino che gli veniva offerto, ringraziando e benedicendo le mani che glielo porgevano. Qualcuno spariva con la rapidità con cui era apparso, qualcun altro iniziava a mangiare lentamente, senza voracità, assaporando quello che probabilmente sarebbe stato l’unico pasto per molti altri giorni… Erano loro stessi ad indicarci altri nascondigli dove si trovavano quelli come loro, a raccogliere le porzioni per quelli che dormivano accanto a loro, a rifiutare con dignità un secondo pasto offerto loro per sbaglio… E così, di angolo in angolo, tra fossi, pietre, tronchi, sacchi di immondizia, abbiamo scoperto “gli angeli della notte”, la gente più povera del mondo, quelli che vivono ogni giorno nell’incertezza del domani, quelli che sopravvivono grazie alla bontà di chi si ricorda di loro, quelli che probabilmente muoiono soli senza che nessuno se ne accorga, senza che nessuno venga turbato dalla loro perdita…

Il popolo povero della notte, gli ultimi

La pace…

Quello di cui non ho parlato fino ad ora, ma che probabilmente si intuisce dai miei pensieri scritti, è quel senso di pace che mi ha accompagnato nella mia breve permanenza in Etiopia. Non capita spesso nella realtà del mondo che ci circonda di avere il tempo per fermarsi a riflettere, pensare serenamente, accorgersi di quello che abbiamo, di quello che invece ci manca, soprattutto di quello che potremmo avere se non fossimo completamente storditi dalla confusione, dagli impegni, dai mass media che continuamente insidiano le personalità più fragili, proponendo modelli “impossibili”e irraggiungibili… qui non ci sono né il tempo né l’esigenza di tutto questo…le persone vivono alla giornata, il loro problema più grosso è quello di riuscire ad arrivare al domani e, nonostante tutto, sorridono, e forse alla fine c’è più pace nei loro occhi che in quelli di chi ha tutto e non se ne rende conto…

pace


Ho trascorso le mie giornate in mezzo ai bambini, lavorando dalla mattina alla sera, cercando di assaporare il gusto di quella vita così lontana dalla nostra ma al tempo stesso così coinvolgente e avvolgente… Già dopo il primo giorno di permanenza sono riuscita, senza sforzo né intenzione, a staccarmi dai pensieri di lavoro, dimenticando agenda e telefono… è stato bello riscoprire il piacere di addormentarsi serenamente e svegliarsi al mattino con la luce del sole che filtrava dalle finestre senza tapparelle…era tanto tempo che non riuscivo a dormire quasi 7-8 ore di fila senza svegliarmi con il pensiero di come risolvere i miei “mille” problemi quotidiani… Ho provato a raccontare, aiutata dalle tante fotografie scattate, a trasmettere sensazioni ed emozioni e spero di esserci riuscita anche se penso che ad ognuno di noi farebbe bene ogni tanto fare un viaggio di questo tipo, dove non sei soltanto spettatore, ma arrivi a sentirti parte di un mondo semplice ma essenziale, genuino e schietto… Quando arrivi hai la sensazione che dovrai faticare tanto per insegnare a quella gente, in realtà poi ti accorgi di avere ancora tanto da imparare…

Io vorrei imparare ancora, e credo, spero, che tornerò…

Silvia Addis Abeba, novembre 2005