Dopo aver costruito sui carrelli sbilenche torri di bagagli, ci avviamo verso l’uscita mimando una certa indifferenza, ma, purtroppo, dopo qualche valigia lasciata passare senza obiezioni, ecco che un addetto ai controlli ferma i rimanenti bagagli. Parte quindi un fitto colloquio tra Francesco, Giuseppe e tale controllore, durante il quale verrà presentata l’associazione, spiegato il fine del viaggio e mostrato il contenuto di alcune valigie. Mentre l’ignaro controllore viene stordito dalle spiegazioni circa l’utilizzo di un pallone ambu, le rimanenti valigie vengono via via trafugate dal carrello sequestrato, tanto che al termine del trattato gran parte del gruppo e tutto il nostro armamentario si trovano già fuori ad assaporare i primi contatti con il sole etiope. Riunito il gruppo ci dirigiamo verso il parcheggio; individuato il nostro pulmino scarcassato, cominciamo a caricare le valigie sul tetto del nostro mezzo con l’aiuto di alcuni locali. Comincia quindi una serie di carica/scarica, apri/chiudi, vuota/riempi, di valigie, borse e borsoni che, con fatica, divertimento e tanto trambusto, accompagnerà buona parte di questo viaggio. Si avvia quindi la nostra prima, intensa, giornata in Etiopia; durante la mattinata, al sole del piazzalino del convento di frati in cui passeremo la notte, suddividiamo vestiti, scarpe, farmaci e presidi medici per le 4 postazioni in cui il gruppo andrà ad operare; Maganasse, Getche, Burat e Zizencho. Il pomeriggio sarà invece dedicato all’ordinazione di farmaci in una farmacia locale e ad una spedizione verso un supermercato al fine di comprare biscotti, pappe e succhi da destinare alla popolazione delle varie cliniche. Terminiamo la giornata con una pizza e un salto ad un bar locale per due chiacchiere e una bevuta.

Il giorno successivo comincia la vera avventura; a bordo del solito pulmino ci dirigiamo verso Embidir, dove il vescovo ci aspetta. Durante le 4 ore di viaggio che ci separano dalla nostra meta, si assiste dai polverosi finestrini del pulman, ad un graduale cambiamento di paesaggi ed atmosfere; dalla caotica Addis, dove il traffico indisciplinato di taxi blu, asini e cavalli, si intreccia al fiume di gente ai lati della strada, passiamo gradualmente a paesaggi sempre più selvaggi, finchè ad un certo punto l’asfalto cede il posto alla sterrato. Riproveremo l’ebbrezza di scorrere lisci sulla strada solo al termine di questo viaggio, durante i rimanenti giorni vedremo solo strade acciottolate e nuvoloni di terra sollevati dal passaggio dei veicoli .



Raggiungiamo la clinica di Burat in serata e facciamo un primo giretto esplorativo; in particolare ci vengono mostrati gli alloggi e il grande tukul che funziona da ambulatorio. Iniziano quindi le giornate di lavoro; ogni giorno visiteremo tantissimi adulti e bambini, con l’impagabile aiuto di sister Anne e sister Sophie e degli infermieri locali che svolgono anche la funzione di traduttori. Ben presto si crea un bellissimo clima di collaborazione con tutto lo staff, le giornate si susseguono veloci, scandite dalle pause di ristoro offerte dalle sisters. Ogni mattina tantissime persone sostano davanti al cancello della clinica in attesa di essere registrate; tanti di loro vengono da lontano ed hanno percorso molti km a piedi per usufruire delle visite mediche. Perfino i pazienti più gravi raggiungono la clinica senza alcun mezzo di trasporto, spesso mediante semplici barelle di tela e legno sorrette a turno da altri abitanti del villaggio. Cerchiamo di visitare ogni giorno il maggior numero possibile di pazienti e di regalare a tutti i bambini giunti alla clinica un indumento o qualcosa da mangiare; spesso è facile, durante le visite, conquistare la collaborazione dei piccoli pazienti regalando loro un semplice biscotto! Al termine di ogni giornata ci aspettano improvvisate partite di volley con lo staff della clinica e ragazzi del villaggio o piccole passeggiate nei dintorni, sempre accompagnati da frotte di ridenti bambini che si aggiungono via via durante i nostri percorsi.

Passeggiata a Burat

Una delle ultime sere veniamo accompagnati da due ragazzi dello staff della clinica a visitare l’interno di un tukul di una famiglia locale; veniamo accolti con grande ospitalità, sicuramente le immagini di quella serata sono tra quelle che più mi rimarranno impresse. Una delle figlie della famiglia prepara per noi il caffè secondo il rito etiope, accompagnato da alcuni pezzi di pane. Sorseggiamo il caffè seduti su dei tappeti, all’interno del tukul illuminato solo dal fuoco centrale, insieme ai membri della gentilissima famiglia. Sul lato sinistro del tukul un cavallo, una mucca e tante galline ci osservano. Cerchiamo di far loro capire la nostra gratitudine per ciò che ci hanno offerto, impagabile davvero. Arriviamo quindi al termine del nostro soggiorno a Burat; i saluti sono la parte più difficile e con una discreta commozione salutiamo le sisters, gli infermieri e tutte le altre persone della clinica che ci hanno accompagnato in questi giorni, con la speranza che potremo presto incontrarli di nuovo.



Ci dirigiamo quindi verso Embidir e da lì, la mattina successiva , di nuovo verso Addis Abeba; vediamo la città con occhi diversi e tutto ciò che all’andata già risultava atipico rispetto alle nostre abitudini è niente ora, dopo aver visto abitazioni, strade, persone e condizioni di vita dei villaggi che abbiamo visitato. Saliamo sul volo di ritorno il 12 marzo; si concludono due settimane di una esperienza che posso definire sotto tutti i punti di vista semplicemente intensa, ogni altra parola renderebbe banale ciò che realmente è stato.

 

Caterina