Siamo stracarichi di valigie e all’arrivo in aereoporto, dopo aver incontrato qualche difficoltà per far passare tutti i bagagli, veniamo accolti da Abba Teshome, l’assistente del vescovo e nostro punto di riferimento lì in Etiopia.

 
 

Carichiamo il pulmino che ci aspetta il più possibile, con valigie dentro e soprattutto sopra il tetto.

 


La prima tappa è San Salvatore, convento dei frati cappuccini che ci ospiteranno per la notte. Il clima è caldo, secco, si percepisce subito l’altitudine, il cielo è grigio/azzurro e si percepisce la presenza dello smog che copre il cielo della città. La città è confusionaria, il traffico è in tilt, non ci sono regole apparenti, non esistono semafori né cartelli stradali. Come prima impressione mi ricorda molto l’India.


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Primo punto della situazione, ci dividiamo in due gruppi: alcuni vanno in farmacia a ritirare i farmaci da distribuire nei vari villaggi, mentre il resto della truppa resta ad aprire tutte le valigie (ne abbiamo portate due a testa) e a dividere i contenuti tra vestiti, medicine e tanto altro in quattro gruppi per  i quattro villaggi. L’orario non è dei migliori, infatti prendiamo quasi tutti un’insolazione! Invadiamo completamente il cortile con mucchi di vestiti, medicine, biberon, latte, pappe, penne, pennarelli, strumenti chirurgici e tanto altro ancora, così facendo attiriamo l’attenzione dei passanti che arrivano che arrivano chiedendoci qualche vestito per loro o per i figli e non possiamo dire di no a nessuno. Si è fatto tardi e i frati ci invitano a pranzo, da questo primo pasto in Africa capiamo subito che non patiremo certo la fame durante il nostro soggiorno in Etiopia, perché la cucina, seppur essenziale è molto buona, il cibo è ricco e sostanzioso e l’accoglienza e l’ospitalità delle persone è unica. Nel pomeriggio sbrighiamo le ultime faccende, c’è chi torna in farmacia e chi va al supermercato. Torniamo a San Salvatore e ci aspetta una cena davvero speciale: pizza di Don Vito e birra etiope (la prima di una lunga serie J!).  Dopo cena solo un gruppo di coraggiosi formato da me, Francesco,  Giuseppe, Michele, Giovanni, Daniele, Caterina e Francesca  va alla ricerca di un locale tipico etiope. A pochi passi da San Salvatore scopriamo un locale davvero carino e caratteristico e ci fermiamo a bere una birra e a fare due chiacchiere. Dopo tutti a letto pronti per l’inizio della vera avventura! La seconda giornata parte molto presto, pronti per affrontare il viaggio che ci porterà nel profondo sud dell’Etiopia, nella regione del Gurage, e  prima verso Endibir, dove si trova la cattedrale e la residenza del vescovo che ci aspetta per pranzo, e poi verso i quattro villaggi, le nostre destinazioni definitive dove staremo per le prossime due settimane. Carichiamo nuovamente il pulmino e ci prepariamo ad affrontare un viaggio molto lungo, 4 ore circa , e molto particolare. Salutiamo la civile Addis e il paesaggio piano piano cambia completamente, lasciando spazio ai colori intensi dell’Africa, il rosso, il giallo e l’azzurro del cielo limpido. Ad Endibir pranziamo con il vescovo e poi  nel tardo pomeriggio ci dividiamo. Dopo i saluti e la promessa di tenerci in contatto io, Giovanni e Fausto saliamo sulla jeep che ci porterà verso Getche. Dopo un’oretta di viaggio arriviamo al villaggio di Getche e l’accoglienza da parte di Suor Francesca , Suor Annetta e Suor Mary è subito calorosa. Ceniamo insieme e poi andiamo subito a letto, distrutti da questa prima intensa giornata africana. Sveglia alle 7.30, colazione per le 8.00 e verso le 9.00 ci dirigiamo verso l’ambulatorio, poco distante dalla sede dove dormiamo. Io lavorerò nell’ambulatorio ostetrico , insieme all’ostetrica del posto ed insieme visitiamo moltissime donne in gravidanza. Dopo le prime visite inizio a prendere confidenza e sono abbastanza autonoma, l’unico vero problema è la comunicazione con le donne che spesso non parlano neanche l’amarico e comunicano solo in dialetto, figuriamoci l’inglese! La prima cosa che mi colpisce è sicuramente la povertà assoluta di queste persone, spesso poco vestite, senza scarpe e denutrite. L’ambulatorio dove lavoro io è diviso da una tenda, dall’ambulatorio dove lavora Fausto insieme a Suor Francesca. Loro visitano chiunque abbia bisogno, e soprattutto bambini con qualunque tipo di disturbo, dai più frequenti problemi dovuti alle parassitosi intestinali, alla scabbia, al tifo, alla malaria, di tutto veramente. Nonostante ci sia molto da fare riusciamo comunque a fare la pausa per bere insieme il thè con il rosmarino (tipico e buonissimo). Fino all’ora di pranzo vediamo davvero moltissime donne, anche molto giovani, con prolassi uterini in stato molto grave. Purtroppo è un problema molto diffuso vista la grande quantità di pluripare di giovane età. Dopo pranzo torniamo in ambulatorio e vediamo ancora qualche donna, ma non molte, poiché la maggior parte dei pazienti viene la mattina, perché stanno lontano e ci mettono molte ore per raggiungere la clinica a piedi. La struttura è davvero molto bella e funzionale. C’è la sala parto attrezzata con l’occorrente necessario, ci sono tre ambulatori, l’ambulatorio ostetrico, un laboratorio analisi, una farmacia e una sala operatoria purtroppo non ancora operativa( c’è solo il lettino e manca tutto il resto!).

 


 I casi più gravi che necessitano cure ospedaliere vengono trasportati all’ospedale di Attat che dista circa 60 km e si impiegano circa due ore per arrivarci. Solitamente ci pensa Suor Francesca a trasportare i pazienti, ma purtroppo per quasi tutto il tempo del nostro soggiorno la jeep di Getche è ad Addis per una revisione. Quindi incrociamo le dita e speriamo che non ci siano emergenze vere e proprie, per tutto il resto ci arrangeremo! Dopo l’ultimo paziente, andiamo a fare un giro con Suor Francesca. Getche si sviluppa tutto lungo la strada principale (fortunatamente asfaltata) con ai lati i Tukul, le abitazioni tipiche della popolazione etiope. Tutti i bambini per la strada ci fermano e ci chiedono caramelle o di fare qualche foto insieme. Dopo il duro lavoro, insieme a Fausto, Giovanni e Suor Francesca siamo stati spesso a fare delle belle passeggiate nei dintorni e fino ai paesi più vicini. Sabato pomeriggio siamo arrivati fino ad Agenna, il paese più vicino a Getche. All’andata abbiamo approfittato del passaggio di un autobus per un tratto del tragitto, al ritorno invece siamo tornati a piedi. Per tutto il pomeriggio siamo stati l’attrazione del paese, ci siamo fermati in due bar davvero caratteristici e l’accoglienza è stata molto calorosa. I paesaggi sono davvero molto belli, soprattutto al ritorno, al tramonto. Le giornate sono trascorse molto intensamente, il lavoro è stato molto, di donne in gravidanza ce ne sono tantissime, ma per poter assistere al primo parto  ho dovuto attendere fino a domenica pomeriggio. Purtroppo non è stato un periodo di nascite e durante il mio soggiorno ho assistito solamente a tre parti, ma devo dire che sono stati davvero emozionanti. In particolar modo gli ultimi due, infatti sono nate due splendide bambine e le mamme hanno deciso di chiamarle Caterina, come me!

   
 

E’ stata davvero un’emozione indescrivibile. Questo mi ha fatto capire che la comunicazione verbale a volte conta veramente poco rispetto alla comunicazione non verbale e alle emozioni che ci trasmettiamo, infatti nonostante le evidenti difficoltà di comunicazione sono riuscita comunque a trasmettere qualcosa a queste mamme e questo è l’aspetto più importante.

La prima settimana scorre veloce, ma ricca di avvenimenti e molto intensa, l’unico rammarico è stato il fatto che non siamo riusciti ad incontrarci tutti insieme, per via della comunicazione telefonica davvero difficoltosa( Getche era l’unico villaggio in cui prendeva il telefono!) e per via della carenza di mezzi di trasporto.

La seconda settimana parte con una bella novità, infatti nel nostro villaggio è arrivato un gruppo di medici di Padova, nello specifico 2 dentiste, una pediatra, due medici di famiglia e il figlio di uno dei due venuto a fare il volontario.  Il loro arrivo ci ha portato davvero tanta allegria e ci siamo davvero divertiti insieme.

Anche la seconda settimana vola..tra tanto lavoro, bellissime passeggiate nella natura selvaggia africana, cene africane ed italiane (abbiamo fatto la serata pizza per la nostra ultima serata a Getche!) e tanto divertimento.



Le sensazioni provate in questa esperienza sono davvero difficili  da condividere, perché ho vissuto tutto in modo particolare, assaporando ogni piccolo gesto, ogni minuto passato e ogni situazione vissuta durante quest’esperienza unica.

Il venerdì è stata la giornata dei viaggi , dei saluti e dei ritrovi con i nostri compagni d’avventura!

Il sabato mattina (giorno del mio compleanno), siamo ripartiti per Addis.

E’ stata una giornata dedicata ai giri per la città per i vari mercati, per comprare souvenirs e oggetti tipici da poter rivendere nei vari eventi per sostenere Engera.

L’ultima serata africana però è stata davvero favolosa: tutti insieme siamo stati a cena allo Yod Abissinia, un locale tipico Etiope con musica e balli..un compleanno memorabile ed indimenticabile sicuramente!

Il gruppo che abbiamo formato durante quest’avventura è davvero bellissimo e insieme ci siamo divertiti tantissimo, ci siamo supportati e abbiamo condiviso delle emozioni uniche.

Purtroppo queste due settimane sono davvero volate e devo dire che come prima esperienza in Africa è stata davvero stupefacente da tutti i punti di vista.

In primis dal punto di vista personale penso di essermi arricchita tantissimo, ed è un’esperienza che consiglio a chiunque, perché solo vivendo quest’ avventura mi sono resa conto di quanto sono fortunata e di quanto è importante il nostro sostegno per queste persone, che nella  loro difficile situazione ci insegnano a vivere. Ho incontrato persone accoglienti, sempre con il sorriso, educate, gentili, umili, grandi lavoratori e dolci che mi rimarranno sempre nel cuore.

Quando sono tornata raccontando la mia esperienza, tutti mi hanno detto che parlando i miei occhi brillano, quell’entusiasmo che trasmetto nel raccontare la mia esperienza è la consapevolezza che prima o poi tornerò a Getche e da quelle persone che in così poco tempo mi hanno trasmesso tutto il loro affetto e la loro grande umanità.

  

E’ proprio vero che l’Africa ti rimane nel cuore e la nostalgia di quei posti magnifici non ti lascia più.