Ricordo che durante le nostre scorribande notturne, a lume di candela,quando l'africa dormiva e gli unici rumori erano gli ululati delle iene, parlavamo tanto tra di noi e avevamo immaginato il momento in cui, una volta tornati a casa, tutti ci avrebbero chiesto dell’Africa, dei bambini, della povertà…. ed eravamo d’accordo sul fatto che raccontare l’africa in dieci minuti davanti ad un caffè o a cena con gli amici.. non sarebbe stata mai la stessa cosa!!
Il primo giorno e l’ultimo siamo stati nella capitale, Addis Abeba (ABABA per il popolo etiope), e sinceramente sono stati gli unici due giorni che ricordo meno volentieri perchè forse guardavamo tutto con gli occhi critici da ”turisti” catapultati in una realtà tanto diversa dalla nostra, e così la città ci è sembrata come un fantasma che cerca di darsi un volto mentre tutto attorno è sporco e povero…..

Mille altre cose mi hanno invece fatto sorridere…. non sarà facile, infatti, dimenticare gli innumerevoli ingorghi incontrati lungo le strade, legati al fatto che capre, asinelli, buoi e galline avevano la ”precedenza”, o le auto adibite a taxi, che sembravano uscite direttamente dalle pagine di una qualche rivista “di auto d’epoca” che i nostri nonni ricorderebbero con nostalgia!!

Engera Villaggio

Trascorsi questi giorni, non so come descrivere l'emozione,la curiosità e la felicità provata nel raggiungere questi 3 villaggi, dispersi nell'altopiano del Guraghe, lontano dalla vita, lontano dagli eccessi, dalle paure ma anche purtroppo dalle cure, dalla salute e dalle ricchezze. Per rispondere ad una di quelle domande sull’Africa, che chiunque pone quando si torna da esperienze di questo tipo.., beh..SI E’ VERO, LA GENTE DI QUEI VILLAGGI MUORE DI FAME.. Una verità talmente raccapricciante, talmente triste e talmente INCONCEPIBILE da non dormirci la notte. Il “cocho”( una poltiglia “schifosa” ricavata dal falso banano) è una delle poche, vitali fonti di sostentamento durante la stagione delle piogge, quella in cui abbiamo effettuato il nostro viaggio, e la cerimonia del caffè con il sale (meravigliosa alla vista ma meno per il palato!!) è una tappa imprescindibile nella loro giornata.

Ogni mattina le cliniche si riempivano di gente e i “ferenji”, grandi eroi ai loro occhi ma in realtà giovani, spaventati, ma con un’immensa voglia di “fare”, visitavano, assistevano ai parti, medicavano ferite che forse in vita loro non rivedranno mai più, si meravigliavano di ciò che fino a qualche mese avevano letto solo sui libri, e che ora si parava davanti ai loro occhi. Nel pomeriggio, poi, quando Antonella, Albi e Frà, trasformavano il giardino della clinica di Burat in un campo di pallavolo, coinvolgendo tutto il villaggio fra giocatori e spettatori,Engera Marta io e Lidia ci innamoravamo di “DESDA, NURITU', ABRAM, SARA ” solo alcuni dei tantissimi bimbi che affollavano la clinica e il villaggio. Litigavano per chi doveva tenerci la mano, si meravigliavano del nostro colore di pelle (”white”, per loro, e non “pink”, come avremmo immaginato noi…) e dei capelli lisci e biondi, e quante urla di gioia nel vedere la loro immagine immortalata in una foto! Ci prendevano in giro quando cercavamo di ripetere qualche parola in ”guraghegna”. Insomma, paradossalmente, SEMBRAVANO FELICI, anzi, forse lo sono davvero!!



A Zizencho, di sera, aspettando che MIKI ci portasse i secchi di acqua calda per la doccia, parlavamo tanto delle nostre giornate trascorse con le sisters Anna e Sophie a Burat o della cucina divina di sister Luciana a Maganasse e dello staff super organizzato e affiatato di Zizencho e poi.. poi.. la notte non finiva mai….e mentre l’Africa si riaddormentava, Francesco ed Albi ripensavano all’ enjera, Marta programmava la sveglia (non sono mai stata così felice di farlo, come in quei giorni) e Lidia ed Anto si contendevano l’i-pod per la musica da scegliere……..
“Pronto….CIAO FRANCESCOOOOOOOOOOOOOO, sono Marta!! Sono tornata!!ti devo raccontare ogni cosa, non vedo l’ora…”

Marta